Siamo macchine? Tutto accade, nessuno può fare niente?

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Avete notato come parlano tutti della pandemia?

«Avete notato come parlano tutti della pandemia? Ognuno ha il proprio piano, la propria teoria. Ognuno è del parere che niente viene fatto come si dovrebbe. In verità però, tutto viene fatto nell’unico modo possibile. Se una sola cosa potesse essere fatta diversamente, tutto potrebbe diventare diverso. E allora non ci sarebbe stata la pandemia».

«E nessuno può fare nulla?»

«È un’altra questione. Per fare bisogna essere (P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1976, p. 26, corsivo mio)».

Frammenti di un insegnamento sconosciuto.

Più di un secolo fa, per le strade di Mosca due uomini discutevano su di un tema di sconcertante attualità. Si chiamavano Piotr Demianovich Ouspensky e Georges Ivanovic Gurdjieff. Ouspenky è definito filosofo mentre Gurdjieff è considerato un maestro spirituale tra i più originali dell’epoca contemporanea. Ouspensky incontrò Gurdjieff nel 1914 divenendo suo allievo per otto anni. In search of the miraculos (1949), uscito in Italia nel 1976 per Astrolabio Ubaldini con il titolo Frammenti di un insegnamento sconosciuto, raccoglie gli insegnamenti e le esperienze apprese dal famoso maestro spirituale descritte e comprese alla luce delle sue personali riflessioni. Un testo per tanti versi complesso e originale, fondamentale per chi studia l’evoluzione e la trasformazione psichica.

Quali osservazioni ci può aiutare a fare la lettura del testo di Ouspensky?

Allo scoppiare della prima guerra mondiale, la tecnologia aveva trasformato l’Europa consolidando il modello sociale nel quale viviamo. Già a quei tempi ci si poneva il problema di come la tecnologia potesse influenzare il pensiero umano riducendone le capacità per condurlo all’assoggettamento. L’idea che il potere tecnocratico potesse minare la libertà umana come individuo e come cittadino era già ben presente e non era tanto differente da oggi.

Vi è un’altra specie di meccanizzazione molto più pericolosa: essere noi stessi una macchina

A Mosca, un giorno parlavo a Gurdjieff di Londra, dove avevo soggiornato brevemente qualche tempo prima, e della spaventosa meccanizzazione che stava invadendo le grandi città europee (…): «Le persone stanno trasformandosi in macchine, dicevo, e non dubito che un giorno diventeranno macchine perfette. Ma sono ancora capaci di pensare? Non lo credo. Se tentassero di pensare, non sarebbero delle così belle macchine».

«Sì, rispose Gurdjieff, è vero, ma solo in parte. La vera questione è questa: di quale pensiero si servono nel loro lavoro? (…) Un uomo può essere un uomo -ed egli accentuò questa parola- pur lavorando con le macchine. Vi è un’altra specie di meccanizzazione molto più pericolosa: essere noi stessi una macchina».

«Credo di capire quello che voi intendete. Ho spesso pensato come nel mondo siano pochi coloro che possano resistere a questa forma di meccanizzazione e scegliere la propria via».

«È proprio questo il vostro più grave errore! Disse Gurdjieff. Voi pensate che qualcosa possa scegliere la propria via, qualcosa che possa resistere alla meccanizzazione; voi pensate che tutto non sia egualmente meccanico».

«Ma come! Esclamai. Certamente no! L’arte la poesia e il pensiero sono fenomeni di tutt’altro ordine.»

«Esattamente dello stesso ordine. Queste attività sono meccaniche esattamente come tutte le altre. Gli uomini sono macchine e da parte di macchine non ci si può aspettare altro che azioni meccaniche».

Dal 1914 non è cambiato niente.

È molto interessante notare l’attualità di queste parole, dal 1914 a oggi non è cambiato pressoché nulla, anzi per certi versi si potrebbe insinuare che le cose siano peggiorate. Cosa vuol dire? Due guerre mondiali e un progresso scientifico vertiginoso non sono praticamente serviti a nulla dal punto di vista dello sviluppo psichico e morale umano? Sono queste domande su cui dobbiamo riflettere.

In seguito Gurdjieff sottolinea la sua idea:

«L’uomo è una macchina. Tutto quello che fa, tutte le sue azioni, le sue parole, sentimenti, convinzioni, pensieri, opinioni, abitudini, sono risultati di influenze esteriori, di impressioni esteriori. Di per se stesso un uomo non può produrre un solo pensiero, una sola azione. Tutto quello che dice, fa, pensa, sente – accade. L’uomo non può scoprire nulla, non può inventare nulla, tutto questo accade».

L’attenzione al concetto che le cose non si decidano ma accadono è molto importante. Segue infine il passo decisivo nel discorso. Oggi è continuo il paragone della pandemia alla guerra. Non mi sembra inopportuno inserire il termine al posto di guerra in questo caso riferito alla Grande Guerra.

«Alla gente sembra sempre che gli altri non facciano nulla come si dovrebbe, che gli altri facciano tutto sbagliato. Invariabilmente ognuno pensa che lui potrebbe fare meglio. Nessuno comprende né vuol comprendere che ciò che viene fatto attualmente in un certo modo -e soprattutto ciò che è stato fatto- non poteva essere fatto altrimenti. Avete notato come parlano tutti della pandemia? Ognuno ha il proprio piano, la propria teoria. Ognuno è del parere che niente viene fatto come si dovrebbe. In verità però, tutto viene fatto nell’unico modo possibile. Se una sola cosa potesse essere fatta diversamente, tutto potrebbe diventare diverso. E allora non ci sarebbe stata la pandemia».

«E nessuno può fare nulla?»

«È un’altra questione. Per fare bisogna essere».

Nessuno è padrone delle proprie azioni

In barba a scettici, complottisti, negazionisti e sostenitori del sistema dominante, Gurdjieff sosteneva che tutte le idee e azioni sono frutto di un accadimento di cui in realtà nessuno è padrone e responsabile. Essendo macchine, tutti gli esseri viventi eseguono il loro programma prestabilito e non possono esimersi dal farlo.

L’opera di Ouspensky e Gurdjieff nasce da una credenza molto più antica che risale al pensiero di Buddha, Socrate e poi Platone: gli esseri umani sono avvolti in una sorta di sonno incantato prodotto dall’illusione del mondo nel quale vivono. Chi è l’autore di questo incantesimo? È un essere superiore, un gruppo di potere, una condizione esistenziale o conoscitiva?

L’approccio qui proposto, sulla scia del pensiero degli autori citati, parte da un principio elementare: le persone non possono fare alcunché dal momento che non sanno quello che fanno, ovvero non sono. L’essere è un termine che riconduce a sapere e conoscenza consapevole, aspetti che hanno a che fare con gli stati psichici e con il loro sviluppo.

Che vuol dire che gli esseri umani sono macchine?

Dalle parole di Ouspenky e Gurdjeiff sembra che la macchina sia tale perché obbedisce a un meccanismo che è il programma o l’automatismo per la quale è stata progettata. È inutile pensare di poter agire liberamente se non si ha conoscenza della macchina, questa è l’idea di Gurdjieff. «Quando una macchina conosce se stessa, da quell’istante ha cessato di essere una macchina; per lo meno non è la stessa macchina di prima. Comincia già ad essere responsabile delle proprie azioni (op. cit. p. 25)».

Da questo punto di vista tutto cambia e potremmo iniziare a renderci conto quanta fatica sprecata facciamo e quanto inutili possano essere certi modi di agire e pensare! Se parliamo ad una macchina non possiamo far altro che aspettarci che la macchina si comporti per quello per cui è progettata e programmata.

Se Gurdjieff avesse conosciuto Pavlov e successivamente le teorie del behaviourismo probabilmente le avrebbe accolte con simpatia riconoscendo parte della programmazione a cui è assoggettato l’essere umano. Infatti se vogliamo sviluppare l’idea che l’uomo sia una macchina di certo possiamo risalire alla psicobiologia e alla programmazione comportamentale basata sul condizionamento classico e operante e sull’apprendimento imitativo e sociale.

Si capisce meglio perché Gurdjieff sosteneva che tutte le azioni e pensieri fossero generati da reazioni esterne e non altri processi. Se ci guardiamo intorno noteremo che le persone agiscono essenzialmente di riflesso agli stimoli che arrivano ai loro sensi seguendo un criterio che ricerca il piacere ed evita il dolore. È un principio elementare assolutamente uguale a quello del topo che viene indotto a premere dei pulsanti orientandolo mediante premi, cibo, punizioni e scosse elettriche.

Reazioni automatiche a stimoli di piacere o di dispiacere.

Questo il principio alla base della programmazione comportamentale umana e dell’addestramento degli animali. Non scandalizziamoci dal momento che questi metodi sono costantemente in uso nella nostra vita quotidiana.

Facciamo degli esempi: tutto il sistema educativo scolastico basato sul premio del voto, l’agonismo sportivo e la ricerca del primato, i metodi basati sull’accumulo di punteggi meritocratici, l’accumulo di feedback positivi sui media, i like, i followers, la competizione in genere, la ricerca di consenso, le lotterie fiscali, tutte le applicazioni che richiedono la conquista di un qualche punteggio. Solo per dirne alcuni.

Praticamente ogni azione stimolata attraverso l’accumulo quantitativo di punteggio risponde al condizionamento operante. Immaginiamo di essere un cane superaddestrato e curatissimo: saltiamo, annusiamo, facciamo ogni sorta di acrobazia, salviamo vite umane, tutto per qualche crocchetta e per avere gratificazione dal nostro padrone.

Ma chi è il padrone degli esseri umani?

Siamo macchine perché siamo come cani addestrati da qualcosa o qualcuno che ignoriamo. Questo è il punto di partenza. Fino a quando non ci accorgiamo di agire come macchine e non iniziamo a domandarci chi è il nostro padrone, tutto quello che facciamo non ha il benché minimo senso. Potremmo essere anche dei geni pieni di talento, ma se restiamo sul piano delle macchine non siamo altro burattini nelle mani di altri.

Perché dovremmo smettere di essere delle macchine?

Domanda assai pertinente, essere macchina non è di per sé spiacevole o svantaggioso, anzi questo genere di riflessioni potrebbero apparire astruse se ascoltate da chi è profondamente inserito nel proprio meccanismo. Deve accadere qualcosa perché sorgano certe domande: un grado d’insoddisfazione profondo, una dolore inspiegabile, una crisi interiore, un senso di grave impotenza nei riguardi del mondo, il presentimento dell’esistenza di altro.

Si può fare qualcosa per smettere di essere macchine?

“Per fare bisogna essere”. Non è solo Gurdjieff che lo sosteneva, tutti i grandi insegnamenti spirituali e le psicologie del profondo lo sostengono.

Dovremmo allora iniziare da questo, dal domandarci che cosa significa questa frase e in che modo mette in discussione la meccanizzazione di persone e società.

Siamo macchine se lo crediamo, questa è la riflessione più importante e il nostro punto di partenza.

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